Esce oggi, Venerdì 14 Febbraio 2019 il primo disco ufficiale di Bresh, inititolato “Che io mi aiuti”. Un album che consacra ufficialmente quello che è stato il percorso del rapper genovese sino ad oggi, dopo essersi fatto notare in questi ultimi anni grazie a brani come “Ande”, “Gaston” e “Il bar dei miei”.

Il progetto contiene 10 tracce, con le collaborazioni di Rkomi, Tedua, Izi e Vaz Tè. Le produzioni inevece sono prevalentemente curate da Shune, tranne i brani “Parà” prodotto da Chris Nolan, “Oblò” prodotto da Garelli e “No Heros” prodotto da Andre Blanco.

che io mi aiuti
Breesh – Che io mi aiuti

Il disco suona molto bene, è leggero e scorrevole. Inizialemente ci aspettavamo qualche traccia in più. C’è da dire però che questi 10 pezzi sono tutti curati nel minimo dettaglio, tutti singoli veri e propri, nessun brano di riempimento. Si tratta di un album introspettivo, come si può dedurre anche dal titolo, “Che io mi aiuti”. Un album nel quale Bresh esterna le sue esperienze di vita e i suoi pensieri con uno stile unico che lo caratterizza, sicuramente anche per merito di Shune. Durante la presentazione del disco abbiamo avuto l’oppurtunità di fare qualche domanda al rapper genovese e farci raccontare qualcosa in più su questo disco. Di seguito quindi ecco la nostra breve intervista.

Provieni dalla Liguria, una delle regioni più importanti e storiche per la musica italiana, madre di alcuni dei più grandi cantautori di sempre, da Fabrizio De Andrè, a Gino Paoli, a Luigi Tenco, giusto per citarne alcuni. Quanto ha influito il cantautorato italiano nella tua formazione?

A livello personale sicuramente ha influito molto. Mi ha dato delle nozioni per uscire dal mondo dell’infanzia. De Andrè mi ha insegnato la blasmefia per esempio, ma una blasfemia fondata. Ancora ora lo ascolto molto, succede spesso che per un mese sono in fissa solo con la sua musica.

Nel disco sono presenti Tedua, Rkomi, Izi e Vaz Tè. E’ chiaro però come prima della musica, tra di voi ci sia un forte legame di amicizia. Amicizia che spesso con l’arrivo del successo tende a perdersi o a sciuparsi. Come spieghi questa unione invece sempre più forte e duratura tra di voi?

La nostra amicizia è dettata sicuramente dalla casualità di esserci incontrati prima della fama. Quindi da una naturalezza conclamata, si vede che era destino. C’è poco di superficiale. E poi sapevamo che tutto questo sarebbe successo, in un certo senso eravamo pronti.

Hai scelto di intitolare il disco “Che io mi aiuti”, un titolo sicuramente di impatto e che lascia riflettere sul suo significato. Qual è il concept reale che sta dietro all’album e anche al suo nome?

Il concetto che sta dietro al titolo del disco è quello di contare su se stessi. Io nella mia vita ho vissuto molto e ho lavorato tanto, quindi è un po’ un ripetermi di continuare a fare del mio meglio con le mie forze.

In questi ultimi anni ti sei fatto notare in Italia grazie a singoli come “Ande”, “Astronauti”, Il Bar dei miei” che hai chiaramente scelto di escludere dal disco. In che cosa pensi si differenzi principalmente la tua musica attuale dai pezzi di qualche anno fa?

Penso che la differenza l’abbia fatta principalmente Shune. Ci siamo conosciuti grazie alla sua buona volontà di mandare i suoi beat a noi della Drilliguria. L’estate scorsa ci siamo visti e abbiamo capito subito di avere qualcosa in comune. Ci siamo chiusi in studio a lavorare al disco ed è uscito questo. Quindi la differenza è questa, aver trovato finalmente il mio suono definitivo.