In occasione dell’uscita del suo nuovo album “Rap is back”, abbiamo realizzato un’intervista a Jamil. Nei prossimi paragrafi potrete leggere alcune curiosità sul suo nuovo progetto e sul percorso artistico che lo ha portato fino a qui, buona lettura.

Intervista a Jamil

Sei da poco uscito con il tuo nuovo album ufficiale, “Rap Is Back”, com’è nata l’idea di questo titolo e che cosa rappresenta per te questo disco?

Il titolo è nato dal fatto che in questo periodo c’è solo TRAP. Ci sono un sacco di artisti che fanno rap ma non sono attivi o non hanno la mia visibilità, io rappresento la nuova generazione quindi volevo riportare il rap al suo posto, almeno tra i giovani. Per questo rappresenta il mio ritorno in primis, avendo sempre fatto rap l’ho intitolato così.

Quando hai iniziato la lavorazione dell’album e come mai, a differenza dei progetti precedenti hai deciso di non inserire collaborazioni?

Ho deciso di non inserire collaborazioni perché l’album parla di me a 360 gradi. Essendo molto personale ho preferito affrontarlo interamente da solo.

Parlando di te, ti occupi delle tue cose a 360 gradi, dalla musica ai video, sei tra i pochi, forse l’unico in Italia a farlo, portando dei risultati di qualità. Qual è il segreto secondo te per essere indipendenti e riuscire comunque a non far mancare niente?

Il duro lavoro e il talento mi hanno sempre ripagato. Ho sempre preferito essere libero, senza vincoli. Per questo ho sempre lavorato da indipendente. Comunque ho la mia squadra che mi supporta quindi mi sento in grado di andare avanti come ho sempre fatto.

In passato hai avuto esperienze anche con le major, da cui poi hai preferito allontanarti. Oggi, molti ragazzi che fanno musica, pensano che avere un contratto con una discografica sia un punto di arrivo. Anche tu la pensavi così quando eri agli inizi? Col senno di poi, che cosa pensi della discografia italiana?

Non ho mai avuto un contratto in major. Semplicemente il mio primo album era distribuito da Universal. Questo vuol dire che si occupavano di distribuirlo nei negozi prendendo una percentuale sui guadagni. Nessuno mi ha mai detto come lavorare. Ho consegnato l’album finito, a loro piaceva quindi hanno deciso semplicemente di distribuirlo. Anche ora ho una distribuzione “Believe” ma l’etichetta che si occupa della creazione dell’album è la mia: “BAIDA ARMY”. Quindi ho sempre fatto quello che volevo. Se vuoi mettere un album nei negozi non puoi non avere una distribuzione che se ne occupi.

Provenivi da un disco che ti ha portato grandi soddisfazioni, “Most Hated”. È stato difficile per te fare un album dopo quest’ultimo? Sentivi in qualche modo la pressione di doverti superare sia musicalmente che con i risultati?

Questo album non è stato fatto per superare i risultati del precedente. Ma semplicemente per farmi conoscere meglio da chi mi segue da sempre. Nel progetto precedente c’erano grandi feat che comunque hanno aiutato ad allargare il mio pubblico. Anche Most Hated quando era uscito era vittima di moltissime critiche, oggi dopo due anni la gente ne parla bene. Sarà uguale anche per questo album.

In questo album possiamo sentire un Jamil maturo, incazzato ma anche introspettivo, che vuole lanciare dei messaggi, e aprirsi di più con il proprio pubblico come in “Vengo dalla strada” o “Nessuno”. Quali sono a tuo parere le tracce che rimarranno di più agli ascoltatori?

Io penso che tutte e 10 lasceranno qualcosa al mio pubblico, serve solo il tempo per farle assimilare come si deve. Sto ricevendo tante critiche da chi mi odia, questo per me significa che l’album ha disturbato un sacco di persone. Penso sia positivo, se non fosse un buon album non ne parlerebbe nessuno. Sono andato in tv, sui giornali e sui siti di spessore. Quindi a qualcuno questo disco è piaciuto. Cosa più importante le persone che mi seguono hanno apprezzato e capito l’impegno che ci ho messo, questo basta e avanza.

Speriamo che l’intervista a Jamil vi sia piaciuta.
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